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Diario di scuola

Apro uno dei diari di scuola. E’ quello di quinta.
La copertina della Best Company. E’ stato quello l’anno più conformista della mia vita? Forse no.
La prima foto che vedo quando lo apro è quella di Sid Vicious.
Poi una pagellina di Radio Deejay, un compito di inglese, un numero di telefono, una foto di un giovane Tom Hanks.
La radiografia di 3 denti.
L’invito ad una festa al Lido di Torri, il primo ottobre 1988.
Della carta per stampante ad aghi.
L’orario delle lezioni, sistemi, elettronica, informatica, matematica, calcolo e statistica, italiano, storia.
Testi di canzoni, poesie, appunti, compiti, ritagli, foto.
La dedica della mia migliore amica , da un anno già insieme a quello che è ancora suo marito.
Le tante delusioni d’amore.
Odore di muffa.
Un articolo che inizia con “I ragazzi dell’88 tutti casa, denaro e carriera. Posseggono l’automobile, l’hifi, il personal computer”…

Dopo 20 anni parte seconda

Vent’anni fa in questi giorni io facevo la maturità. Era appena successa Piazza Tiananmen e una delle preoccupazioni maggiori degli studenti diciannovenni era che non uscisse come tema di attualità.

Non ricordo gli argomenti e quale scelsi io. Ricordo qualcosa della prova scritta di informatica, un programmino Pascal-like da scrivere su un foglio di carta (altri tempi).

Il giorno della maturità per me giunse un po’ come una liberazione, non perché non mi piacesse la scuola o le sue materie, anzi, ma perché significava la chiusura di un’adolescenza un po’ irrequieta. In effetti solo dopo i 20 anni sono riuscita ad avere una consapevolezza maggiore di me stessa.

Per me fu normale, quindi, chiudere il capitolo uno della mia vita ed allontanarmi dalle persone con cui avevo diviso quegli anni della mia vita.

Arrivare a 20 anni esatti e ricevere un invito per un reincontro ha scatenato sentimenti contrastanti. Da una parte non avendo mai avuto nostalgia di loro non sapevo se valeva la pena rivederli, magari così diversi da come erano una volta. Ma era anche una sfida, essendo io così diversa da come ero allora, per far vedere che le persone migliorano, a volte, dopo l’adolescenza.

E così sono andata.

Le cose che colpiscono: il fatto di non riconoscere al primo colpo la migliore amica di 5 anni; i nomi, un unico ammasso nebuoloso nella mente, che pian piano escono, anche grazie ad una lista passata di mano in mano.

Poi il racconto di cosa è successo in questi 20 anni. Compagne che hanno figli di 20 anni, la maturità rimandata all’anno dopo e il racconto di come è stata vissuta. Compagne sposate a 20 anni, con 18 anni di matrimonio alle spalle.

Alla fine della serata riguardando gli stessi volti quasi sconosciuti qualche ora prima, si rivedono gli adolescenti di allora.

Guardare il compagno che si è fatto prete, e ancora non crederci, che sia proprio quello, quello che metteva i dischi alle feste e che vestiva un po’ dark.

Ci sono quello che fanno il tuo stesso lavoro, quelli che non l’hanno mail fatto e quelli che, nauseati hanno smesso di farlo.

Alla fine, tornando a casa, mi rendo conto che aver studiato informatica  non porta necessariamente ad essere curiosi e interessati alle tecnologie. L’unica con ancora un po’ di entusiasmo nel fare certe cose ero io.

Elogio del perfetto automobilista

Pausa pranzo, dal lavoro a casa, 10 minuti di strada.

Esco dal comune e sono su una extraurbana. Vado ai 90 all’ora. Dietro ho un tizio che scalpita. Non può superare perché c’è traffico e quindi tenta di forzarmi stando attaccato al mio paraurti e visto che ho una smart è come averlo su un sedile posteriore. Arriviamo al cartello del comune successivo, io rallento fino ad arrivare ai 50, anche perché, più avanti c’è la scuola e la vigilessa che controlla. Magari mi supera e si prende una multa. Peccato, se ne è accorto anche lui…

Vado avanti, seguo la mia strada e ad un incrocio mi taglia la strada uno che neanche l’ha visto lo stop, figurarsi pensare solo di fermarsi. Gli faccio un colpo di abbaglianti e lui per tutta risposta accelera e supera il cartello dei 50 ad una velocità approssimamente doppia, arriva ad una rotatoria dove c’è un grande cartello giallo che indica una deviazione, non si accorge del cartello e gira in tondo a tutta velocità un paio di volte prima di capire da che parte andare.

Sono quasi arrivata a casa, ma c’è un’altra scuola. Quella della mia frazione. Ci sono 5000 abitanti in questa frazione e percorrerla a piedi da una parte all’altra costa circa 20 minuti. Ma tutti i genitori sono lì con l’auto, anche la mia vicina che tiri fuori e dentro l’auto dal garage solo per accompagnare il figlio, con la scusa della bimba piccola che deve portarsi avanti e indietro. Poi, però, per evitare di fare 20 metri in più, invece di mettersi con l’auto davanti alla scuola la lasciano con le 4 frecce in mezzo alla strada, così poi sono già nella direzione giusta per tornare a casa.

Eccomi, sono a casa, il mio vicino ha parcheggia la sua auto a 7 posti al limite delle curva, come sempre, così chi entra ed esce dalla via può provare l’ebbrezza di un quasi frontale. Parcheggio nel mio posto ed entro nella palazzina.

Perché io sono con l’auto? Perché non esiste un mezzo pubblico che arriva al mio ufficio e usare la bici è giocare con la vita.